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Perché parlare ancora di editoria?

Consigli per chi vorrebbe lavorare con i libri

A periodi regolari ricevo lunghe lettere di persone che vorrebbero lavorare coi libri. Alcuni sono affascinati da questo settore, ma non sanno che posizione potrebbero ricoprire; altri, invece, hanno già deciso che l’editoria è il loro destino e ci entreranno a costo di carissimi master, se devono.

Mi prendo qualche ora per rispondere, ma quasi sempre le comunicazioni s’interrompono qui, e non so se il problema sia il mio eccessivo pragmatismo o le loro aspettative.

Da una parte la meraviglia degli estranei, che vedono l’editoria come un locus amoenus delle lettere, dall’altra la disillusione e il cinismo degli addetti ai lavori.

Chi me l’ha fatto fare, dicono, si guadagna poco, quando ti pagano, e una serie di lamentazioni che si scontrano con la realtà, ovvero che continuano a lavorarci anche se l’ambiente, le condizioni, le prospettive fanno schifo. I libri devono avere qualcosa di speciale, allora, e come biasimare chi desidera farli a sua volta?

Ora che l’editoria è social, anche i sogni editoriali lo sono. Gli aspiranti redattori, allora, hanno un profilo o una pagina su Facebook, un blog, un sito, e si raccontano online, fanno networking, recensiscono romanzi (spesso sono book-blogger), si creano nuove opportunità.

Ma ha senso scrivere di questo argomento se lo fanno già tantissimi, e più famosi? Io credo di sì, ma a qualche condizione.

  • Avere qualcosa da dire, e non scrivere tanto per farlo: non è obbligatorio avere un blog per farsi notare e non ha senso aggiungere rumore a quello già esistente;

  • Porsi delle domande, possibilmente quelle giuste: perché si scrive, per chi si scrive e con quale obiettivo;

  • Pensare alla forma: il “come dirlo” è importante quanto il “cosa dire”, e lo stile è l’elemento che ti differenzia dagli altri.

Nonostante la pluralità di punti di vista sia preferibile al suo contrario, bisogna saper riconoscere la qualità ciò che si legge online e distinguere la buona informazione da quella cattiva.

In editoria c’è (anche) la tendenza a parlare per sentito dire, riferirsi a esperienze altrui, proporre analisi poco approfondite, pubblicare articoli polemici ma poco costruttivi, scambiare opinioni per fatti. La rete dà voce a tutti, ma non tutti andrebbero ascoltati.

Il problema non è la troppa informazione (overload information), ma la dis-informazione e la superficialità che non aiutano a orientarsi. Ci si perde, ci si confonde, e conosciuto un mondo così, poi è difficile cambiare idea.

Gli editori sono una lobby demoniaca che brucia tonnellate di carta l’anno (i manoscritti inediti che intasano la loro posta, se non si fosse capito), i raccomandati e i figli di papà spadroneggiano indisturbati nelle redazioni, gli autori di talento vengono ignorati da un sistema malato fino al midollo, senza possibilità di essere redento e cambiato.

Invece, anche se alcuni sostengono il contrario, c’è spazio – tantissimo – per narrazioni nuove, diverse, che portino valore a chi legge. Che promuovano consapevolezza e uno sguardo più profondo dell’editoria che viviamo tutti i giorni, come lettori, scrittori, freelance, dipendenti. 


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