Non visualizzi il messaggio correttamente? Vai alla versione web

condividi:

Primo maggio, cosa festeggiamo?


Cari amici e gentili lettori,

come tutti gli anni in queste settimane Eurostat diffonde un dato che spesso lasciamo sullo sfondo, quello sul tasso di occupazione. E come tutti gli anni la triste realtà è che l’Italia si posiziona, nell’ultimo dato annuale relativo al 2021, al penultimo posto con il 58,2%, dopo di noi solo la Grecia. Nel lungo periodo c’è stata solo una modesta crescita (+ 5 punti percentuali rispetto al 1996, quando il tasso era al 52,8%) e il dato è ancora molto lontano dall’obiettivo del 67% che era stato fissato dall’agenda “Europa 2020”. Questo segnala, però, che l’Italia, proprio per il suo basso tasso, avrebbe margini importanti di crescita dell’occupazione. Ma, nonostante la ripresa del mercato del lavoro dopo i difficili mesi della pandemia, rimaniamo inchiodati a numeri drammatici, che condensano in una sola cifra le molteplici criticità che ci caratterizzano da decenni. E, se immaginiamo le possibili conseguenze che la tragica situazione ucraina può generare dal punto di vista economico sociale, il peso di questa cifra si rende evidente. Un Paese in cui poche persone lavorano, e nel quale molte di queste lavorano poco, con salari bassi e spesso fuori dalla legalità, è un Paese fragile, debole e più a rischio di caduta di fronte a fenomeni esogeni ormai sempre più costanti e sempre meno prevedibili. Ci troviamo in una società nella quale il lavoro non è più elemento di unità tra persone diverse, e fatichiamo a trovare collanti nuovi, con il risultato di una grave frammentazione tra individui sempre più soli e isolati tra di loro, che al massimo trovano sfogo in forme di comunicazione che fungono da breve e intenso momento di protagonismo mascherato da finte relazioni virtuali.
 
   Fonte: nostra elaborazione su dati Istat (serie storiche mensili, 3 marzo 2022)
 
Eppure una società senza lavoro ad oggi non riusciamo (e forse non vogliamo) immaginarla. Di lavoro continuiamo a parlare e i problemi del lavoro restano al centro delle preoccupazioni delle persone, sia che lo si intenda come mero strumento di sussistenza o come qualcosa di più. Perché sappiamo che il lavoro può anche essere origine di soddisfazione e pienezza delle giornate quando vissuto come occasione di relazione, di rapporto con gli altri e con il mondo, di ricerca di senso (anche quando è difficile trovarlo), di scoperta delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Purtroppo troppo spesso questa possibile ricchezza è frustrata da condizioni di lavoro non accettabili e dalla sempre più crescente difficoltà a muoversi in un mercato del lavoro caratterizzato da transizioni occupazionali nelle quali ci si ritrova da soli. E qui ritorna allora la necessità di una dimensione collettiva, che non può essere ridotta alle difficoltà e anche alle colpe dei soggetti della rappresentanza e dei corpi intermedi in generale, che questa dimensione collettiva dovrebbero incarnarla. Andrebbe al contrario riscoperta la centralità della collettività nel lavoro e proprio a partire dai nuovi bisogni e dalle nuove esigenze dei lavoratori andrebbero rifondati e riformati i soggetti della rappresentanza.

Siamo consapevoli di essere sempre in meno a sostenere la centralità delle relazioni industriali come metodo di governo e innovazione delle trasformazioni economiche e sociali, e d'altronde alle difficili condizioni in cui versa l'economia nel nostro Paese non sta corrispondendo una convergenza tra le parti sociali altrettanto straordinaria e capace di costruire la tanto auspicata "prospettiva economica condivisa". Tuttavia continuiamo a ritenere che non si possa far a meno del dialogo e del confronto interno all'autonomia collettiva, salvo non immaginare una società atomizzata e disintermediata nella quale solo chi ha mezzi e conoscenze riesce ad affrancarsi da condizioni di mercato che rischiano di soffocare le persone.

Serve quindi più che mai il riscoprire la coscienza di questa dimensione collettiva, a partire dall’urgenza di una nuova cultura sindacale e datoriale che parta dalla consapevolezza del rinnovato ruolo che deve avere nelle nostre società complesse e dei nuovi bisogni che emergono.

Noi ci proviamo quotidianamente a tenere viva questa coscienza. Portando avanti la nostra Scuola di alta formazione, contribuendo quindi all’educazione e alla crescita di decine di ragazzi che la animano, e alimentando nelle organizzazioni e nelle istituzioni una cultura delle relazioni industriali. Perché siamo convinti che, come ha segnalato di recente Bruno Manghi, il segreto per il futuro della rappresentanza risieda anche nella sua capacità di rinnovarsi al proprio interno, grazie al contributo di nuove persone di qualità, pronte a rendere sempre attuali valori fondamentali delle organizzazioni.

Come abbiamo avuto modo di segnalare di recente (si veda l'intervento di Michele Tiraboschi all'evento organizzato dalla CISL nazionale dal titolo L'attualità del pensiero di Marco Biagi a 20 anni dalla scomparsa e il libro di recente pubblicazione a cura di Maurizio Sacconi, Il modo di Biagi. Dizionario della modernità del lavoro), si tratta di una convinzione non nuova, ma che ci rimanda agli insegnamenti di maestri come Gino Giugni e Giuseppe Federico Mancini (Per una cultura sindacale in Italia, in il Mulino, 1954), attenti nel segnalare come il terreno di missione di una rinnovata cultura sindacale non sia semplicemente lo sviluppo di una cultura all’interno della rappresentanza, bensì la maturazione di una consapevolezza generale nella società rispetto alla centralità del ruolo dei corpi intermedi.

Festeggiare il primo maggio vuol dire per noi festeggiare, pur con i drammi che il mondo del lavoro vive tutti i giorni, la centralità di questa condivisione e di queste relazioni tra persone che possono essere il vero collante della nostra società.

Emmanuele Massagli
Presidente ADAPT
Associazione per gli studi sulle relazioni industriali e di lavoro
@EMassagli

Francesco Seghezzi 
Presidente Fondazione ADAPT
Scuola di alta formazione su transizioni occupazionali e relazioni di lavoro
@francescoseghez

Silvia Spattini 
Direttrice ADAPT
@SilviaSpattini

Michele Tiraboschi
Coordinatore scientifico ADAPT
@MicheTiraboschi
Questo messaggio è stato inviato a <<Email>>
Perch√® lo hai ricevuto?   Cancella la tua iscrizione  |  Aggiorna il tuo profilo
ADAPT, viale Berengario, 51 Modena, MO 41121, Italia. All rights reserved