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Primo Maggio: rimettere il lavoro al centro della festa

 

Quest'anno il Primo Maggio giunge in uno scenario ricco di novità che rendono ancora più evidente quel ribaltamento di prospettiva spesso invocato negli ultimi anni parlando di questa festa: dalle celebrazioni per il lavoro di tutti alla memoria del lavoro che non c'è.

Più volte abbiamo sottolineato come l'Italia è stata contrassegnata da un marcato interventismo nelle materie del lavoro che ci consegna ad oggi 11 riforme negli ultimi 15 anni. Da questo punto di vista le politiche implementate dalla nuova Legislatura si distinguono in particolare per l'ammontare delle risorse destinate agli interventi sul terreno della inclusione sociale e delle pensioni. Si tratta di stanziamenti che fanno del Reddito di Cittadinanza e di Quota 100 il segnale di una concezione della società che affronta il rapporto tra persona e lavoro dal punto di vista del non-lavoro. Sul fronte del lavoro che c'è, altrettanto marcata risulta la concezione deteriore della flessibilità dei rapporti di lavoro implicata dal Decreto Dignità, la cui ratio risiede, per esplicita affermazione del suo ispiratore, nella equiparazione tra lavoro a tempo determinato/somministrazione e sfruttamento.

L'effetto più apprezzabile di queste misure è stato indubbiamente quello di aver animato, tanto tra gli addetti ai lavori quanto nell'opinione pubblica, un dibattito sul destino del lavoro e sulle sue qualità. Tuttavia registriamo che, fatte le riforme, tale dibattito mostra già dei segnali di stanchezza e pare indirizzato verso l'archiviazione. Ciò almeno guardando l'agenda pubblica, ora tutta incentrata sul lavoro inteso come relazione economica, misurata in termini di salario, di orario di lavoro, di costo. Oltretutto senza che vengano considerate le varie direttrici del dualismo sul quale si muove (o meglio, non si muove) il mercato del lavoro italiano: quello tra pubblico e privato, tra dipendenti e autonomi, tra Nord e Sud, tra i generi e le generazioni, tra lavoratori ben retribuiti e qualificati e una nuova sottoclasse di lavoratori poveri.

Alcuni segnali ci indicano però che il confronto e la ricerca di soluzioni agli interrogativi della nostra società possono provenire dal basso, seguendo le logiche della prossimità e della sussidiarietà sia verticale, sia orizzontale, piuttosto che quelle del centralismo. Ciò anche in un'epoca tesa paradossalmente tra la frammentazione degli interessi e la polarizzazione delle opinioni. Un primo segnale proviene dai corpi intermedi, che hanno reagito con successo ai tentativi sistematici di messa ai margini da parte di una politica sempre più insofferente ai principi del pluralismo della rappresentanza. Si tratta di un nuovo posizionamento, già messo alla prova dalle celebrazioni di questo Primo Maggio, e del quale gli esiti sono ancora da attendere.

Di una seconda tipologia di segnali siamo invece stati testimoni diretti. Quando abbiamo promosso il MOOC open access sul Reddito di Cittadinanza eravamo sì consapevoli di stare avviando un rischioso esperimento di innovazione sociale, ma non ci aspettavamo che l'aggettivo “massivo” sarebbe risultato tanto pertinente. Più di 5.000 persone hanno manifestato il loro interesse a prendere parte al corso e di queste più di 2.000 hanno partecipato attivamente all'interno di una comunità di apprendimento che su piattaforma di cooperazione ha animato un intenso dibattito, incentrato soprattutto sul tema della figura professionale del navigator. Ciò quando ancora tale ruolo era vagamente tratteggiato dalle parole del decreto-legge n. 4/2019 sul Reddito di Cittadinanza. A dimostrazione del fatto che le persone non sempre attendono che il cambiamento sia calato dall'alto per condividere idee e metterle a fattore comune nel perseguimento di una causa comune. E non solo quando ciò le riguarda direttamente, ma anche quando si tratta di ragionamenti di sistema, che coinvolgono un'idea di lavoro e di società. Di comunità, quindi.

Siamo convinti che valga la pena continuare il dibattito aperto, discutendo non solo di lavoro che non c'è, di livelli occupazionali, di rapporti economici, ma di quale sia il lavoro (e quali lavori) del presente e del futuro. Vogliamo quindi festeggiare con convinzione anche quest'anno il Primo Maggio per celebrare il lavoro che c'è, e il lavoro che ancora non è stato creato e insieme possiamo costruire, senza aspettare che sia sempre qualcun altro a trovare le soluzioni per noi.
 
In questa direzione vanno i nostri sforzi quotidiani che riassumiamo nel motto “costruire insieme il futuro del lavoro”. Sforzi concretizzati nelle nostre attività editoriali, nel networking tra soci di diversa natura ed estrazione, nella nostra Scuola di alta formazione. Attività che costituiscono il nostro contributo alla educazione e alla crescita professionale di decine di ragazzi, la vera ricchezza di ADAPT. 
 

Emmanuele Massagli
Presidente ADAPT
@EMassagli

Francesco Seghezzi 
Presidente Fondazione ADAPT
@francescoseghez

Silvia Spattini 
Direttore ADAPT
@SilviaSpattini

Flavia Pasquini
ADAPT Senior Fellow
@PasquiniFlavia

Michele Tiraboschi 
Coordinatore scientifico ADAPT
@Michele_ADAPT

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