web version

Condividi: 

Bollettino speciale ADAPT n. 8 /2016
Politiche attive: ultima chiamata

a cura di Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi 

Veloci nel rottamare le vecchie tutele, molto meno nel predisporre un moderno regime di presa in carico e ricollocazione per chi perde il lavoro. Domani, 14 settembre, sarà passato un anno dal decreto n. 150/2015, poi entrato in vigore il 24 settembre con non poche modifiche rispetto all'impianto originario per ben tre volte modificato proprio sulla innovazione di maggior peso della riforma del lavoro, il c.d. contratto o assegno di ricollocazione. 

La materia delle politiche attive e di ricollocazione è complessa e variegata e per questo motivo pubblichiamo oggi un nuovo Bollettino speciale ADAPT di documentazione e di analisi per fare il punto della situazione e misurare il (lento) processo di implementazione della parte più moderna del Jobs Act
e registrare le reazioni delle parti sociali (su cui si veda il commento al recente accordo del 1° settembre Proposte per le politiche del lavoro, a cura di S. Caroli, Ristrutturazione industriale e salvaguardia dell’occupazione: un dialogo tra governo, Confindustria e sindacati). Parliamo di un capitolo fondamentale, per il quale il condizionale è tuttavia d’obbligo essendo uno dei fronti del mercato del lavoro in cui si registra amaramente una enorme distanza tra la legge scritta e la pratica quotidiana. Già con il pacchetto Treu del 1997 e ancor più con la riforma Biagi di cinque anni dopo è pian piano emersa nel nostro Paese, quasi contemporaneamente rispetto alle Nazioni che oggi consideriamo un modello, la coscienza che alcune certezze che avevano guidato il Novecento industriale stavano rapidamente venendo a meno. Prima fra tutte l’idea che il medesimo posto di lavoro potesse riempire l’intera carriera di un lavoratore, che dopo la sua formazione entrava in una impresa e vi usciva solo una volta pensionato. Questo era reso possibile da mercati stabili, per i quali il ruolo stesso del lavoratore, visto come consumatore dei beni che egli stesso produceva, era proprio garanzia di stabilità. Si poteva produrre in maniera costante e controllata perché si conosceva e si governava anche la domanda dei beni, sia attraverso i salari che attraverso altri strumenti propri del sistema di welfare pubblico.

Entrato in crisi questo equilibrio, per molteplici ragioni (globalizzazione, sviluppo tecnologico, dinamiche demografiche e altro ancora) si è introdotta una notevole dinamicità all’interno dei percorsi professionali e oggi un giovane che si affaccia al lavoro sa bene che il posto fisso non può neanche vagamente essere contemplato nel suo orizzonte, ma che lo aspetta una carriera composta da diverse fasi.

 
A fronte di questa consapevolezza teorica, la logica porterebbe a costruire strumenti per accompagnare i lavoratori nei sempre più frequenti periodi di transizione da un posto all’altro, valorizzandone le competenze e le attitudini e aiutando le imprese ad individuare i lavoratori a essere necessari. Un grande aiuto viene oggi anche dalla tecnologia, con la possibilità di costruire potenti banche dati per l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro che ben potrebbero costituire l’infrastruttura di quella borsa nazionale del lavoro di cui si parla oramai da troppi anni. Purtroppo di buone pratiche in questo senso ne abbiamo viste ben poche, salvo esempi virtuosi di qualche regione italiana (si vedano, nel Bollettino allegato, le preziose schede regionali curate da Italia Lavoro su Norme e programmazione regionale in tema di servizi per il lavoro e politiche attive). Le numerose norme approvate sul tema, legge Biagi in primis, sono rimaste sistematicamente prive di attuazione pratica. E anche le ingenti risorse pubbliche spese per la borsa del lavoro non hanno sin qui prodotto neppure una minima infrastruttura tecnologica comparabile a quella presente in molto altri Paesi.
 
Prova della scarsa considerazione di questo pilastro centrale di un moderno mercato del lavoro è anche la lentezza che ha caratterizzato il capitolo politiche attive del Jobs Act. Inoltre, dopo il processo di decentramento avviato con la legge Treu, si è ora tornati a una concezione centralistica (su cui si veda il contributo di S. Spattini, La nuova governance del mercato del lavoro, in M. Tiraboschi, Le nuove regole del lavoro dopo il Jobs Act, Giuffrè, 2016, pp. 391-407) di dubbia efficacia già fallita in un non lontano passato e che rischia, se non sviluppata entro una vera logica sussidiaria, di essere lontana dai territori e dalle persone. Come ha confermato il fallimento di Garanzia Giovani (Garanzia Giovani due anni dopo. Analisi e proposte, ADAPT Labour Sudies e-Book series, n. 55), è ancora agli inizi il processo di cooperazione tra attori pubblici e operatori privati mentre fermo sulla carta da oramai troppi anni è il contratto di ricollocazione (cfr. M. Tiraboschi, Jobs Act e ricollocazione dei lavoratori, in Diritto delle Relazioni Industriali, n.1 /2016) e cioè la tutela di nuova generazione pensata per superare l’articolo 18 e che in sostanza prevede un insieme di misure personalizzate, tra cui una dote economica, per la presa incarico e il successivo reinserimento professionale di chi ha perso il lavoro.
 
Quello che ci possiamo augurare è che alla coscienza teorica della necessità di un sistema di politiche attive segua una vera azione politica e pratica che dia vita a un percorso che coinvolga tutte le persone di buona volontà che si occupano della grande emergenza del mercato del lavoro italiano. A partire dal sistema formativo, vero volano per l’occupazione giovanile, passando per gli operatori pubblici che molto hanno da imparare da quelli privati, che a loro volta devono svolgere al meglio la loro funzione coniugando in modo moderno la conciliazione tra funzione pubblica e interesse d’impresa. Attendiamo ora fiduciosi l’esito pratico della ennesima riforma annunciata, nel nuovo e delicato equilibrio tra politiche attive e politiche passive (su cui si veda il il contributo di S. Spattini, Le tutele sul mercato del lavoro: il sistema degli ammortizzatori sociali, le politiche attive e la condizionalità, in M. Tiraboschi, Le nuove regole del lavoro dopo il Jobs Act, Giuffrè, 2016, pp. 408-470), sperando che questa volta gli errori compiuti negli anni passati siano un monito per fare meglio e bene, e non solamente occasione di uno scontro politico e ideologico sui temi del lavoro che ha lasciato indietro troppe persone in situazioni di grande difficoltà su quello che è il bene più prezioso per una società che vuole essere più giusta perché, al tempo stesso, più efficiente e anche inclusiva.


Francesco Seghezzi
Direttore ADAPT University Press
 @francescoseghez

Michele Tiraboschi
Direttore scientifico ADAPT
 @Michele_ADAPT


Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi (a cura di), Politiche attive: ultima chiamata, Bollettino speciale ADAPT n. 8/ 2016 
SCARICA GRATUITAMENTE IL PDF 
Questo messaggio è stato inviato a giuseppemanzella@rocketmail.com
Perché hai ricevuto questo messaggio?  Cancella la sottoscrizione