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Intervista (impossibile) a Marco Biagi, venti anni dopo


Ho trascorso non poco tempo della mia vita di fanciullo e adolescente, e anche parte del percorso universitario, nel retrobottega di un negozio. Una forma sui generis di alternanza formativa alimentata dal bisogno e dalla solidarietà che si praticava in numerose famiglie italiane in un tempo oramai remoto. Arrivata la sera, poco prima di abbassare la saracinesca, il mio compito era movimentare la merce del magazzino: riempire gli scaffali e gli espositori del negozio per il giorno dopo. Un esercizio solo apparentemente noioso e che invece alimentava in me un desiderio di fantasia e creatività e anche un piacere: quello di esporre al meglio, con una logica pratica e un preciso gusto estetico, i vari prodotti.

Era la radio a riempire il silenzio del rumore dei movimenti meccanici che compivo: la pulizia e predisposizione degli spazi sulle mensole e negli espositori, l’apertura degli scatoloni, la prezzatura e, infine, la collocazione della merce e dei prodotti su scaffali e vetrine. Accanto al radiogiornale, che era una vera e propria finestra sul mondo in una epoca lenta e che ancora non conosceva l’overdose di informazioni veicolata tramite i social network, ad accendere la fantasia e attirare la mia curiosità era in particolare un programma di Radio Rai dal titolo Le interviste impossibili. All’epoca ero solo un bambino chiamato, ancora senza grande consapevolezza di me stesso e delle “cose del mondo”, ad aiutare gli adulti di casa e la famiglia. Un impegno manuale utile a condividere le fatiche ma anche ad apprendere i rudimenti del mestiere, l’etica e l’amore per un lavoro ben fatto. E però quanto mi piaceva ascoltare Pitagora, Socrate e Marco Aurelio, e ancora Pablo Picasso, Giovanni Pascoli e tanti altri personaggi del passato, di cui allora intuivo solo l’importanza attraverso la forza evocativa del loro nome, dialogare con Umberto Eco e Edoardo Sanguineti, Vittorio Sermonti e Italo Calvino, Carlo Castellaneta e Alberto Arbasino. 

Il ricordo di quella lontana stagione della mia vita si è ravvivato in tempi più recenti quando, in un mercatino di libri vecchi, mi è capitato di recuperare il volume, edito da Bompiani nel 1975, de Le interviste impossibili. Un testo in edizione economica ma impreziosito dalla firma autografa di Umberto Eco, uno dei protagonisti più autorevoli di quel programma. È da quel momento che si è accesa nella mia testa una piccola lampadina. Un pensiero che ho allontanato fino a quando il tempo passato dalla sera del 19 marzo 2002 non è diventato di consistenza tale da rendere non solo possibile ma anche necessario per me tornare a parlare con Marco. Proprio come avveniva ne Le interviste impossibili. Interviste che, come illustra molto bene la quarta di copertina del volume edito da Bompiani, ci consegnavano di volta in volta un personaggio storico (e Marco Biagi è a tutti gli effetti un personaggio che appartiene alla storia del nostro Paese) liberato dalla necessità dei libri “seri”. Dove per liberazione dai libri seri intendo la non percorribilità e utilità, venti anni dopo, di un lavoro esegetico e dottrinale del pensiero scientifico e degli scritti di Marco che sono indubbiamente datati e in larga parte anche condizionati, come è destino per le trattazioni giuridiche e di relazioni industriali, dal dato normativo e di politica legislativa del tempo in cui scriveva. 

Compiuta in altre sedi la difesa “di cuore e di testa” della «legge Biagi», nella speranza di tenere così in vita almeno le idee e la progettualità di Marco Biagi, lo scopo di questa intervista impossibile non è certo quello di farlo parlare di sé e del suo intimo. Tanto meno di farlo parlare del nostro mondo di oggi, tirandogli la giacchetta per avere un suo giudizio, tecnico o politico, delle numerose e più recenti riforme del lavoro; quelle riforme che tanto lo appassionavano e per le quali si è speso con generosità e coraggio al prezzo della vita stessa. Mi auguro anche di aver neutralizzato il rischio, sempre presente in esercizi di questo genere, di finire per parlare di me e intervistare me stesso come pure capitava ne Le interviste impossibili, che, per ammissione dell’editore (sempre nella quarta di copertina), era una operazione letteraria che si muoveva anche dall’intervistato verso l’intervistatore nel senso che «ciascuno degli scrittori rileva i propri gusti, le proprie ossessioni segrete, le proprie curiosità insoddisfatte, intervistando l’illustre defunto intervista un po’ anche se stesso. Si potrebbe allora dire che in questo libro alcuni personaggi storici intervistano scrittori italiani contemporanei».

Il senso di questo volume vuole essere tutt’altro. Come ha scritto in tempi recenti Natalino Irti, «il Maestro è un allievo, che consegna ai giovani ciò che ha ricevuto dal proprio Maestro. Questa è, o forse era, la catena delle generazioni, capace di garantire insieme custodia del passato e apertura verso il domani» (N. Irti, Il diritto e la filosofia, Il Foglio del 5 giugno 2019 e Id., L’Università vive nella continuità maestri-allievi, Il Sole 24 Ore del 12 dicembre 2021). E questo è quello che ho sperimentato nel tempo, nel rapporto con Marco e, tramite lui, nel filo sottile che, grazie al suo insegnamento e al suo esempio, mi legava ai suoi amati e rispettati Maestri, Giuseppe Federico Mancini e Gigi Montuschi su tutti.

Ecco, con questa intervista impossibile spero di aver onorato, al meglio delle mie forze e delle mie possibilità, parte del debito di Scuola (prima ancora che di riconoscenza personale) che devo a Marco Biagi facendolo conoscere e incontrare, nella sua dimensione più autentica e profonda di studioso e di giuslavorista, ai tanti cultori del diritto del lavoro e ai pratici delle relazioni industriali e del mercato del lavoro. Perché i Maestri non si ringraziano. I Maestri si onorano nella quotidianità della vita universitaria, soprattutto nei rapporti con gli studenti e con i giovani ricercatori, tenendo vivo il loro insegnamento non solo in termini di metodo ma anche di quei valori di Scuola, oggi purtroppo poco praticati, come la lealtà, lo spirito di comunità, il rispetto per la parola data. Spero emerga, tra le tante cose che ho provato a raccogliere in questo libro, la tensione non solo ideale ma anche progettuale e pratica per un mondo del lavoro più decente di come lo abbiamo ereditato e che, come tale, non poteva fermarsi alle pubblicazioni e al dibattito accademico. Una proiezione verso il “fare”, come bene ha scritto Riccardo Del Punta ne Il diritto del lavoro nell’Italia repubblicana di Pietro Ichino che, nella catena delle generazioni accademiche, risale all’influenza determinante e al carisma di Giuseppe Federico Mancini, definito dallo stesso Marco, pensando anche a se stesso, come un moderno giurista di progetto.
 
Tutto questo lo dico e lo scrivo con una certa dose di “leggerezza” proprio perché finalmente libero dalla esigenza dei libri “militanti” pro legge Biagi e anche dei libri “seri”, nel senso sopra precisato. Non ho più niente da difendere a tutti i costi; e non ho più niente da dimostrare a me stesso prima ancora che agli altri. A parlare sono i fatti e quelle scelte personali, professionali e accademiche che, in termini di coerenza e credibilità, sono ora misurabili e verificabili in un arco temporale sufficientemente lungo per lasciare una traccia non superficiale. Se mai, come scriveva lo stesso Marco nella prefazione della raccolta di scritti in omaggio al giuslavorista giapponese Koichiro Yamaguchi, nella vita è importante saper sorridere anche nei momenti più tragici. E questa – ammoniva Marco, invitandoci a «prenderci anche noi un po’ meno sul serio» – «è una virtù più unica che rara soprattutto nel mondo accademico»

Una ultima precisazione è a questo punto doverosa prima di affidare la valutazione di quanto è emerso nel corso di questo “dialogo” con Marco Biagi al giudizio sovrano dei lettori e dei cultori della materia. Per quanto materialmente impossibile questa intervista non è inverosimile e tanto meno è esercizio di pura fantasia o arbitraria ricostruzione di ricordi personali. A Marco non viene messa in bocca nessuna parola che non abbia effettivamente scritto o che, comunque, avrebbe potuto dire, come documentano in modo rigoroso le corpose note bibliografiche tratte dai suoi scritti e che sono collocate al termine del volume solo per non appesantirne la lettura.

Ringrazio infine chi è sempre stato presente e i tanti che si sono uniti a noi per tenere viva una storia e un nome a me cari.

Michele Tiraboschi
Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Coordinatore scientifico di ADAPT

M. Tiraboschi, Le interviste impossibili. Marco Biagi venti anni dopo (estratto) 

M. Tiraboschi, Le interviste impossibili. Marco Biagi venti anni dopo (acquisto del volume) 

I ricavi delle vendite del volume verranno integralmente destinati al finanziamento di borse di studio.

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